L'Eurovision diffonde un'idea gay-friendly di Europa?

Che l'Eurovision (Eurovision song contest, per la precisione) sia una manifestazione che ormai da decenni calamita l'attenzione di migliaia di gay dentro e fuori dell'Europa è cosa nota, senza bisogno che ce lo ricordi il Wall Street Journal.

Più interessante, invece, è sapere che questa gara ormai più che cinquantennale negli ultimi anni è stata oggetto di studi scientifici, legati alla politica e ai queer studies, e che secondo esimi studiosi ha rappresentato per decenni ciò che di meglio l'Europa offriva alla comunità gay, oppressa dall'eteronormatività imperante, ma gratificata da una manifestazione ad alto tasso di gayezza.

Come si può leggere sul blog del Wsj, un ragazzino gay che guardava l'Eurovision negli anni Settanta e Ottanta, magari nel tinello di casa con i genitori, aveva l'opportunità di riconoscersi e ritrovarsi in una sottocultura che era difficile da percepire per i burocrati e il grosso del pubblico etero; ma che attirava e ha continuato ad attirare schiere di appassionati gay.

Il meccanismo stesso della gara - per cui nessuno può votare per il cantante del proprio Paese - nasceva proprio per favorire la fusione culturale europea e, se dal punto di vista musicale non si sono raggiunti risultati di rilievo, ciononostante l'Eurovision potrebbe rappresentare comunque un frutto luminoso per l'Europa, sotto il profilo della tutela delle minoranze e della sfera individuale della persona.

Secondo Robert Tobin, della Clark University a Worcester, Massachusetts, lo stesso meccanismo di riconoscimento avviene per i gay dei paesi più intolleranti - come alcune nazioni dell'Est Europa o dei Balcani - i quali vedono nell'Eurovision la sintesi del meglio che l'Europa può offrire sul piano della libertà e della tolleranza. Per non parlare della Turchia e dei paesi del Nord Africa. Insomma, sconfiggeremo i fondamentalisti di tutte le risme a colpi di paillettes e disco music?

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