A “Che tempo che fa” Giuliano Amato parla di politica e uguaglianza ma non di quando è stato contro i gay


Giuliano Amato è nato nel 1938, due anni dopo Silvio Berlusconi. Nel 2008 ha abbandonato la politica. Prima di congedarsi dal Governo è stato Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno e del Tesoro. Ieri sera Amato è stato ospite di “Che tempo che fa”.

Alla fine dell’intervista di Fabio Fazio ha espresso un concetto bello e condivisibile. L’uguaglianza, secondo Amato, dovrebbe essere il principio cardine di ogni programma politico. Il dottor Sottile, così è stato soprannominato da Eugenio Scalfari, per sostenere la sua tesi si è occupato di tre specifiche discriminazioni.

Oggi, in Italia, secondo Amato: le donne non godono degli stessi diritti degli uomini pur avendo i medesimi doveri, gli immigrati hanno le stesse aspettative dei cittadini residenti e ai figli dei ricchi si garantisce un’istruzione migliore di quella offerta alla restante popolazione. Amato non ha accennato agli omosessuali.

La sua omissione non è stata una semplice svista. In due occasioni specifiche l’ex esponente politico ha fatto capire di non essere contro i gay. Nel 2000 prese le distanze dal World Gay Pride:

“Nutro la preoccupazione che una manifestazione del genere sia inopportuna nell'anno del Giubileo e che sarebbe meglio se si tenesse in un anno diverso da quello indicato. Purtroppo però dobbiamo adattarci ad una situazione nella quale, al di là delle opportunità, inopportunità e preoccupazioni, vi è una Costituzione, che ci impone vincoli e costituisce diritti”.

Nel 2007 l’allora Ministro degli Interni divulgò una circolare affinché le coppie gay italiane sposate all’estero non potessero essere riconosciute come sposi nel paese natale. Contro questo provvedimento i Radicali presentarono un’interrogazione parlamentare.

Il concetto di Amato rimane bello e condivisibile anche se lui, di fatto, non l’ha applicato. Speriamo che con lui e il restante reparto geriatrico che ancora resista si concluda la Repubblica delle parole. Noi, i nostri figli e le generazioni future, vogliamo vivere in una democrazia fatta di persone che pensano davvero a tutti. Non solo alla tv.

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