Che fine fanno i gay dopo la morte?

Che fine fanno i gay dopo la morte?

Non è una questione di paradiso/inferno (o in qualunque modo li vogliate chiamare) né argomento che induca a gesti scaramantici. Si tratta di un'annotazione squisitamente statistica. La domanda se la pone The Bilerico Project, importante blog lgbtq statunitense, evidenziando come i certificati di morte di Washingston (e, presumibilmente, quelli di quasi tutti i paesi del mondo) non riportino alcuna annotazione sull'orientamento sessuale del caro estinto. Il che ha, com'è facile comprendere, ripercussioni sui dati statistici e, in ultima analisi, su quello che la storia tramanda.

Come si fa a sapere quanti omosessuali sono morti per incidente, per esempio, se sul certificato di morte non è indicato l'orientamento sessuale? E ancora: se uno volesse valutare la percentuale di omosessuali in un determinato periodo, come potrebbe fare? E, per gli appassionati di genealogia come me, come “scoprire” se qualche membro della tua famiglia era gay? E sono più longevi i gay o gli etero? C'è stata una maggiore concentrazione di omosessualità in un determinato periodo (o meglio: in questo periodo ci sono più gay, quindi potrebbe voler dire che la pratica del coming out ha preso piede)?

Questioni secondarie per qualcuno, forse. Ma se dessimo retta alle strappalacrime iscrizioni sulle lapidi nei cimiteri, il mondo sarebbe composto solo da “mariti infaticabili”, “mogli perfette” e “figli amatissimi”. E sappiamo che questo non è affatto vero.

La visibilità degli omosessuali post mortem qui da noi provoca un amaro sorriso: stiamo ancora a combattere per la visibilità in vita (vedasi tutta la questione delle coppie omosessuali per il Censimento 2011), figurarsi per quella dopo la morte. Eppure, come diceva il preside del liceo che ho frequentato, per capire il grado di civiltà di un popolo è sufficiente fare un salto al cimitero...

Foto | Flickr

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