
Importante appuntamento domani, sabato 7 novembre, a Rom. Dalle ore 9.00 nella Biblioteca Nazionale Centrale in viale Castro Pretorio, 105, si terrà un convegno dal titolo: “Omosessualità e Psicoterapie”. L’appuntamento è stato promosso dalla II Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica della Facoltà di Psicologia 1 della Università Sapienza di Roma.
In questi ultimi anni il tema di cui si occupa il convegno è stato al centro di dibattiti spesso controversi, spesso guardato con diffidenza e con una errata sicurezza da parte di molti che vedevano nell’omosessualità un certo loro riscatto professionale; un atteggiamento degli operatori della salute mentale nei confronti dei loro pazienti omosessuali, che lasciava dubbi e parecchie polemiche.
Tanti i ciarlatani, fuori dalla serietà professionale, che hanno promulgato tei e avvalorato terapie fasulle e speso pericolose. Grazie al cielo, la stragrande maggioranza dei non ciarlatani, dei clinici professionisti, dei seri psicologi e psichiatri, ha potuto dibattere seriamente e dare un concreto impegno verso quanti vivevano e vivono l’omosessualità non sempre tranquillamente.
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L’Anlaids Lombardia, il 30 ottobre compie 20 anni dalla sua fondazione. L’Associazione guidata oggi dal professor Mauro Moroni, si è spesa in tutti questi anni in iniziative no profit, in concreti aiuti e il sostegno ai bisogni delle persone sieropositive. Ogni anno, nella sola regione Lombardia, circa 2.000 persone contraggono, secondo gli ultimi dati censiti dalla Regione, l’infezione da Hiv.
Secondo le ultime stime, in Europa occidentale almeno il 25 per cento delle persone sieropositive non sono affatto consapevoli della loro condizione. Si è spesso parlato di come in questi anni, tanti giovani, anche omosessuali, abbiano abbassato la guardia quasi a non rendersi conto che l’aids è ancora tra noi; che l’utilizzo del preservativo è d’obbligo; che la prevenzione può salvare l’esistenza di tanti.
Le nuove infezioni non accennano a diminuire, anzi minacciano un incremento. In Italia si stimano non meno di 3-4.000 nuove infezioni l’anno, che potrebbero aumentare in relazione ai flussi migratori e al turismo sessuale. Numeri tragici che Anlaids Lombardia ha cercato di frenare con le proprie attività e con campagne mirate non solo in Italia. La prevalenza dell’infezione è molto elevata nella maggioranza dei Paesi africani,in diversi dei quali è tutt’ora in crescita. Cresce nell’Est Europeo, ed inparticolare nei paesi dell’ex URSS, in cui la diffusione è principalmente associata all’uso endovenoso di droghe. È impossibile contenere la diffusione dell’infezione a livello locale in assenza di interventi a livello globale.

Ci sono intolleranze incomprensibili che arrivano da chi dovrebbe salutare e fare propria la libertà altrui, proprio perché fuggito da un paese ha poi chiesto accoglienza e comprensione a un altro paese che lo ha accolto. Le regole valgono per tutti, così come valgono le scelte e le condiioni di vita che ognuno intende vivere in uno Stato dalle radici libere come il nostro. Quel che è accaduto l’altra sera a Padova, in zona Portello, ha perciò un sapore amaro, che non necessità di altra discriminazione e razzismo, ma deve far riflettere gli autori.
Teatro dell’accaduto un bar gayfriendly della zona del quartiere Portello di Padova. La compagna di una ragazza di origini brasiliane, magari per un drink in più o forse per far ingelosire semplicemente la sua ragazza, fa un po’ la mielosa con un’altra, suscitando le ire dell’innamorata. Le due donne discutono animosamente fuori da locale. Alla contesa si unisce un gruppo di nordafricani che invece di sedare la lite, scaraventa una delle donne a terra riempiendola di improperi.
“Al nostro Paese queste cose vengono punite con la lapidazione”, ha sentenziato uno degli aggressori per poi andarsene sputando verso le due ragazze. Insomma, un brutto episodio di intolleranza da parte di persone che vivono quotidianamente la fatica di essere accettati, di farsi una vita dignitosa per loro stessi e le loro famiglie.
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Speranze, solo speranze. E la normale, efficace raccomandazione di sempre: usare il preservativo sia nei rapporti sessuali occasionali che in quelli con il proprio partner. L’annuncio dato ieri dai ricercatori thailandesi sui risultati della più grande sperimentazione clinica mai intrapresa per un vaccino contro l’aids, ha lasciato parecchio scetticismo tra coloro che da decenni si occupano di trovare la giusta miscela per debellare il terribile virus, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia Onu per l’Hiv hanno definito il lavoro dei colleghi thailandesi, la “nuova speranza”.
Quel che è successo, lo sapete in tanti, visto che una notizia del genere, come è nelle cose, ha fatto il giro del mondo. Di mezzo ci sono i thailandesi che hanno lavorato alacremente nei loro laboratori; l’esercito Usa e l’Istituto statunitense di Allergologia e malattie infettive, che hanno dato i finanziamenti per la sperimentazione. I numeri che avrebbero fatto aprire di più il cuore e le speranze di milioni di persone non ci sono stati. “La percentuale è modesta, ma rappresenta un passo significativo nella ricerca di un vaccino da molti ritenuto impossibile“, ha dichiarato un alto ufficiale della U.S. Army.
La ricerca che è durata uasi 6 anni, ha coinvolto 1600 volontari thailandesi. Tra coloro a cui è stato somministrato il cocktail formato dall’Alvac e l’Aidsvax, 51 hanno contratto il virus, mentre nel gruppo a cui è stato dato un placebo, i contagi sono stati settantaquattro. Rimane, come affermano i ricercatori, ancora da verificare l’efficacia su gruppi particolarmente esposti al rischio: omosessuali maschi e coloro che si iniettano droga per via endovenosa. Altro di questa ricerca si saprà alla Conferenza parigina per l’aids, il prossimo mese.
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La scuola italiana come fucina di discriminazioni; luogo dove gli studenti forgiano le proprie incomprensioni contro gay, lebiche, rom, portatori di handicap? Pare sia così, secondo una ricerca della Fondazione Intercultura onlus, presentata ieri all’Università di Reggio Emilia, intitolata: “L’altro tra noi”. Secondo il parere degli studenti italiani intervistati, la diversità è condizione di svantaggio sociale. La ricerca toiccava tre temi fondamentali: l’omosessualità, i rom e gli handicapati, distinguendo anche coloro che da immigrati professano una religione diversa da quella cattolica.
Gli intervistati sono stati complessivamente 1.432 tra studenti liceali e iscritti agli istituti professionali, dal nord al sud. Soffermandoci ui numeri, il quadro complessivo che viene fuori è che i ragazzi, per una o più ragioni, non accettano, ad esempio gli stranieri percepiti dagli stessi in misura maggiore di uelli che realmente il nostro paese ospita attualmente. Sembrano spaventati da quello che non da oggi è un mondo diverso, che però non riesce nell’integrazione, non ce la fa a senire la diversità come ricchezza anche culturale.
Per quel che riguarda i rom (anche di religione musulmana), Focus group, temi e interviste egnalano una intolleranza quasi maniacale tra gli adolescenti nostrani. Nel parallelo tra religione cattolica e musulmana, quest’ultima viene percepita come una “religione dura”. Quasi il 90 per cento degli studenti liceali e un 76 per cento dei frequentatori degli istituti professionali, pensano che essere rom vuol dire avere parecchi svantaggi sociali.
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La prossima settimana, dal 24 al 27 settembre, si terrà a Matera l’atteso “Women’s Fiction Festival“. Tema di questa sesta edizione sarà. “Essere scrittori”. Ospite d’onore sarà Erica Jong, una delle più colte e prolisse scrittrici che in questi decenni hanno dato voce alla letteratura delle donne; colei che ha saputo coniugare con magistrale abilità il desiderio e la critica verso governanti che dimostravano la loro antidemocraticità su temi come la guerra, le persecuzioni, l’odio verso le minoranze etniche e sessuali.
Chi può, non perda questa felice occasione di vedere e conoscere l’autrice di “Paura di volare”, datato 1974 e da allora un percorso letterario e critico che ha portato la Jong a trattare i temi del femminismo, i racconti saffici, le paure e le speranze del mondo vissute e raccontate sempre in una chiave autobiografica: lo spasso di una donna libera come poche!
Ho avuto il grande onore e la personale gioia di aver incontrato la scrittrice per due volte. L’ultima in occasione dell’uscita del suo libro “Sedurre il demonio”, edito da Bompiani, suo editore italiano fin dagli esordi. Mi si presentò una donna dolce, coltissima, tenace, con quei capelli color del grano maturo che le increspavano il viso. Era per me, una musa dei nostri giorni; il racconto vivente delle nostre speranze.

La storia di cui ci occupiamo è questa: un ragazzo di 27 anni, Antonio è da qualche settimana innamorato di Luca. I due abitano in due paesini diversi nel varesotto e scelgono la città di Varese per i loro incontri fatti di qualche pizza, cinema e passeggiate. Antonio che si descrive come un ragazzo romantico, vorrebbe in quelle uscite con l’innamorato, lasciarsi andare a qualche effusione. Luca, però lo frena, lo allontana perché ha paura. I due hanno sentito parlare di quello che è successo nelle ultime settimane in Italia contro individui e coppie omosessuali e non intendono far da bersaglio ad un altro, eventuale attacco omofobo contro di loro.
Così Antonio, prende coraggio e scrive una lettera al direttore di Varese News, che la titola: “Il mio ragazzo ha paura di baciarmi”. Tra l’altro, il giovane gay scrive:
“Luca mi allontana perchè ha paura. Secondo lui, Varese non è una città dalla mentalità aperta che potrebbe accettare le tenerezze di una coppia omosessuale. Anzi, non è una città tollerante nei confronti degli omosessuali in generale. Per questo mi allontana. Perchè ha paura che in una città, che per mentalità ha più a che spartire con un paese di campagna che ad una metropoli come Milano, potremmo non solo essere offesi o denigrati, ma potremmo rischiare la pelle. Non ho provato nemmeno a convincerlo del contrario e mi sono arreso all’evidenza degli ultimi fatti di cronaca sentiti in tv”.
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Alcuni anni fa, un amico artista, si inventò per una mostra a Palazzo Reale di Milano, una bella ed efficace performance: parcheggiò due semplici sedie su una vetrata che dava sul sagrato del Duomo e lì, per tutta la durata della mostra, si accomodò con un amico scambiandosi effusioni o tenendosi semplicemente per mano. L’effetto, con le giuste luci, era parecchio armonioso, ma forse dimenticavano o non importava le reazioni delle persone che transitavano dalla piazza. Non ci furono contestazioni e la mostra ebbe un discreto successo.
Racconto questo perché in questi giorni mi sono posto una domanda che credo si facciano in molti: dopo gli attacchi omofobi a Roma, Firenze, Bologna, quali sono le città italiane ad ampio respiro di accettazioni, quali le più tolleranti? Roma è solo un caso o come Milano, male che vada si fa gli affari suoi e quel che è capitato è da ascrivere a gesti delinquenziali come capitano in altre città? La ministra Mara Carfagna, a dispetto del suo predecessore, ha bloccato i 300 mila euro stanziati dal precedente governo per la prima indagine Istat sulle discriminazioni glbtq. Peccato, oltre alla mia semplice curiosità, avremmo potuto disegnare una mappa precisa per dar modo alle organizzazioni di intervenire a favore e tutela delle persone omosessuali e transessuali.
I dubbi restano, se poi trovo sui due maggiori settimanali italiani, Panorama e L’Espresso, due servizi di taglio opposto. Il settimanale mondadoriano dà la penna ad un amico fraterno, ex assistente parlamentare di Franco Grillini, Stefano Bolognini, autore tra l’altro di un bellissimo libro “Una famiglia normale”. Stefano, per un giorno gira la capitale accompagnato dal suo ragazzo e dal fotografo che li ritrae nei luoghi visitati. Vogliono scoprire se due gay che si lasciano andare a pubbliche effusioni, proprio come succede ad ogni copia eterosessuale, rischiano l’aggressione o reazioni anomale della gente. Partono dalla Balduina per finire il loro giro al Gay Village, passando per piazza del Popolo, via del Corso, ponte Sisto, piazza Trilussa, Colosseo.
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“Gli omosessuali sono cose che non portano all’aumento della popolazione”. La sprezzante dichiarazione è del professor Emilio Biagini, docente di geografia alla Facoltà cagliaritana di Lingue straniere, che a maggio scorso mise in subbuglio l’ateneo e salì agli onori della cronaca dei media locali e nazionali per via di tre testi in cui snocciolava una serie di concetti che per molti puzzavano di omofobia, xenofobia e fondamentalismo religioso.
L’anziano professore genovese, affermava, tra l’altro, che l’aids non fosse affatto una epidemia perché riguardava due cespiti precisi della popolazione: i drogati e gli omosessuali. Si era poi scagliato contro il rock, reo di aver dato il via a sballi e ai Black Bloc. Non contento di cotante teorie che fecero strabuzzare gli occhi persino ai suoi colleghi, attaccò la teoria dell’evoluzione di Newton e non salvò neppure Giordano Bruno: “Solo una spia eretica che tradiva i fedeli della Chiesa cattolica per consegnarli al boia”.
Tanto integralismo e vituperio verso alcune categorie umane, non si erano sentite da tempo, forse superando alcune tragiche prese di posizione che la storia umana ha dovuto tragicamente vivere e sopportare. In molti, studenti compresi, si ribellarono e chiesero il ritiro di quei testi dalla Facoltà.
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Mi si conceda ancora di parlare di Maria Luisa Mazzarella, la studentessa aggredita da balordi il 23 giugno scorso in piazza Bellini a Napoli. Ieri, la giunta comunale di Sant’Arpino, ha deliberato all’unanimità di conferire alla ragazza la medaglia d’oro del comune, dichiarando indegna di una società civile l’aggressione ed esaltando il coraggio della “figlia della nostra terra aversana”. Continuiamo a sperare che la studentessa, oltre alle medaglia, abbia la necessaria protezione per tornare a vivere tranquillamente.
Molti che seguono le vicende politiche nostrane, stanno assistendo in questi giorni alle convention per il futuro congresso che dovrà scegliere il nuovo segretario del PD, dopo la frana Veltroni e la successione ad interim di Dario Franceschini. Quando i giochi sembravano equilibrarsi tra lo stesso Franceschini e Bersani; ecco che qualche altra fronda si è mossa per far sentire la propria voce e magari vedere l’effetto esterno che riusciva a smuovere.
C’è stato, ad esempio, il senatore Ignazio Marino, l’uomo che si batté con coraggio sulla vicenda Englaro, che nei giorni scorsi fece ventilare l’idea di volersi candidare anch’egli alla guida del partito. Motivo? «Bisogna parlare di diritti negati di oggi. Delle coppie gay, della meritocrazia, degli immigrati». E con la Binetti, neppure un ticket? «Neanche morto- dice il chirurgo-senatore - sarebbe il modo migliore per non prendere nemmeno un voto».