Dovremmo obbligarci a conservare la memoria storica di uomini e donne di cultura, di scienza, di letteratura e arti, che hanno parlato e vissuto un mondo dove la loro omosessualità era presente, conservata e trasparente. Uomini e donne come altri se non fosse che la loro arte, la loro cultura e scienza non li ponesse nell’olimpo dei grandi; di quegli uomini e di quelle donne che svelavano la loro e altrui vita in un magnifico e sorprendente racconto, irrinunciabile persino a quanti quella loro e altrui omosessualità era invisa, disprezzata, da macello. Pier Paolo Pasolini, era tra questi. Un uomo mite, quasi un tenero pargolo mai cresciuto per la sua dolcezza, ma grande, immenso, geniale, in un compendio dove il cinema, la letteratura, la poesia, la politica, l’arte, si ritrovavano a parlare per bocca di quest’uomo. E ogni volta era un miracolo, uno svelare le umane passioni, le nostre debolezze e le nostre meschinità. Sempre controcorrente Pasolini, ma lucido nel rappresentare il nostro Paese per quel che era, e in qualche modo è rimasto: Un Paese orribilmente sporco.
Di lui si torna a parlare, in questi giorni, a causa di un suo libro, l’ultimo, incompiuto:Petrolio. C’è un capitolo manoscritto, non inserito nel libro pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi, di 70 pagine, che pare sia ricomparso nelle mani di un cultore di libri antichi, Marcello Dell’Utri, conosciuto ai tanti per altre vicende meno nobili. Dell’Utri, annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico ai primi di marzo, che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio. È una notizia forte e se ne occupano tutti i mass media. Poi cala il silenzio accompagnato dai se, dai forse, dai ma. Petrolio non è solamente un romanzo, tanto che Pasolini così lo spiega all’amico del cuore, Alberto Moravia:
“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”.
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Dopo una lunga lotta contro il tumore è morto, a quarantanove anni, Giovanni Buzi, pittore, scrittore e insegnante. La notizia della morte l’ha data Laurent Vogel, “il suo compagno di vita e amore dal 1984”, come si firma. Avevamo conosciuto Giovanni in occasione della pubblicazione del suo romanzo Uragano. Storia di un apprendista schiavo che aveva avuto un’accoglienza particolare da parte del pubblico e anche da parte dei lettori di Queerblog. Scrive Laurent:
Il suo umanesimo ateo si manifestava con una curiosità universale. La scoperta di altre persone, di altre culture, d’altre fonti di bellezza non hanno smesso di animarlo. Per lui l’unica oscenità era l’arroganza dei potenti e la rassegnazione dei sottomessi.
Il primo romanzo di Giovanni Buzi sul mondo gay è Faemines (Libreria Croce, 1999) che inizia con la descrizione di Monte Caprino, luogo storico del battuage gay della capitale. Ecco alcuni passi del primo capitolo:
Elisa e Marcela si sono conosciute a Corogna – cittadina della Galizia – sul finire del 1800 e da amiche divennero amanti. Una storia come tante, probabilmente. Ma Elisa e Marcela, entrambe maestre, non volevano vivere in segreto la loro storia d’amore e tramarono di prendersi gioco dei pregiudizi morali e religiosi di quegli anni della restaurazione spagnola: Elisa si sarebbe finta uomo. L’inganno ebbe successo e, nel 1901, il parroco della chiesa di San Jorge le unì in matrimonio. Religioso. Due lesbiche. Scoperte, però, furono costrette a fuggire. Si rifugiarono in Portogallo dove vennero accolte senza alcun problema dalle persone. Il giudice, inoltre, le lasciò libere ed esse vissero ad Oporto. Ebbero anche una figlia e ai giornalisti che le prendevano in giro, Elisa rispose:
“È una cosa dell’altro mondo che nasca un bambino o una bambina? Non c’è niente di più naturale: una donna fa un figlio! Non siamo due criminali”
Questa storia di più di cento anni fa è stata raccolta in un libro edito in Spagna (prima in gallego e ora in catalano) dal titolo Marcela y Elisa. Chissà se qualche editore italiano lo pubblicherà in italiano? Nel frattempo, guardiamo la foto di Elisa e Marcela nel giorno del loro matrimonio e lasciamoci pervadere dalla tenerezza.
Foto | El País
Il mondo della cultura non ha dimenticato uno dei suoi figli tra i più dolci e laboriosi, e neppure la sua Correggio. Parliamo di Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore e poeta omosessuale strappato alla vita a trentasei anni, malato di aids. Fino al 30 giugno, coloro che lo desiderano potranno partecipare all’annuale Premio letterario che porta il suo nome. Due le sezioni suddivise: una per le tesi di laurea e una per saggi critici editi o inediti dedicati allo scrittore correggese. Una ottima occasione per ricordare di penna e di cuore Tondelli, lo scrittore scomodo, autore di romanzi, saggi, poesie, testi teatrali, esilaranti, magnifici nella loro rappresentazione, con un vulnus letterario inimitabile.
La generazione italiana degli scrittori degli anni Ottanta, ha trovato in Pier Vittorio Tondelli un magnifico esempio di cultura, instancabile nel rappresentare un mondo, anche quello omosessuale, fatto di ironia ma anche di appartenenza. Lo scrivere, per lui, era cibo su cui fiondare la mano armata di penna per raccontare mondi reali, fantastici, luoghi e genti che diventavano la nostra quotidianità. Riusciva a sentirsi solo tra la gente, disegnandosi ora scorbutico, nevrotico, ipersensibile, piagnucoloso e permaloso. Non sapeva, o cercava di nascondere a tutti, di avere un cuore nobile, una dolcezza raffinata, un talento letterario e umano raro. Una cultura, per vastità, vicina a quella di Pier Paolo Pasolini o di Mario Mieli se ce ne fosse stata data l’occasione e non si fosse suicidato in un bel triste giorno di marzo del 1983.
Tornando ai Premi, sono previste due sezioni per le Tesi di laurea: una riservata alle tesi di laurea triennale e ai diplomati in conservatori e accademie e una riservata alle tesi di laurea specialistica e di dottorato di ricerca. I vincitori vedranno pubblicati i loro lavori. Per i saggi, invece, il premio è in denaro, oltre a vedersi pubblicati, ma le opere in gara dovranno essere successive all’ottobre 2005. Una bella occasione per chi vuol cimentarsi non solo nella scrittura, ma nel ricordo di un letterato così importante come Pier Vittorio Tondelli. Qui il regolamento e tutte le informazioni necessarie.
Foto | Windoweb
È così bella che gli uomini – uomini che amano le donne e non disdegnano altre “escursioni” – fanno follie per poter usufruire della sua splendida compagnia; della sua arte amatoria, tanto da trascinare, in alcuni incontri, la propria donna che s’incanta di fronte alla fantastica variante di un sesso molto grosso. Efe, la trans “più bella del mondo” è l’unanime coro di chi l’ha incontrata e assaggiato il sapore delizioso dei piaceri carnali con lei. Così la descrive Natalia Aspesi:
“La signorina maschile di aspetto più dolcemente femminile della maggior parte delle donne: a parte l’altezza, 1 metro e 90, infrequente in una donna, per il resto è carinissima; taglia 42, seno piccolo, occhi verdi, capelli corti ramati, non ha niente in comune con le giovanottone brasiliane dai seni contundenti e un po’ di barba, che sbucavano da ogni angolo televisivo, ospiti soprattutto di melliflui conduttori arrapati”
Chi di lei sa poco e nulla, ora esce un libro, edito da Mondadori dove Efe ha raccontato la sua vita, e i suoi “maschi” a Stefania Berbenni. Titolo: “Quello che i mariti non dicono“. Parafrasando un importante film di Marilyn Monroe, qualcuno ha scritto, pensando proprio a lei: “Gli uomini preferiscono le bionde, sposano le more e… fanno sesso con le transessuali“.
Continua a leggere: Efe Trans, la signorina maschile che fa impazzire gli uomini
Gira che ti rigira i “cattolici” sempre a noi gay stanno a pensare: ogni occasione è buona per tirarci in ballo e dire la loro in proposito. La scusa questa volta è il nuovo libro di Massimo Introvigne dal titolo Il simbolo ritrovato (Piemme, 194 pagine, euro 13,50). Nel libro si parla di lobby, in particolare quelle laiciste che, secondo lo studioso, sono molto potenti in seno ai partiti politici e manipolano l’informazione soprattutto a danno della chiesa cattolica. In estrema sintesi, Introvigne per lobby intende “tutti i centri di potere occulti o palesi in grado di influenzare la opinione pubblica”.
E qui la domandina del giornalista (sempre il solito del sito ultracattolico) nasce spontanea:
La lobby omosessuale?
Quella effettivamente esiste ed è anche molto potente per il senso di appartenenza e solidarietà tra di loro.
Così potenti che non siamo riusciti a far approvare una legge contro l’omofobia e non riusciamo a portare a casa uno straccio di leggina che ci assicuri un minimo di diritti.
Foto | Massimo Introvigne

In occasione dell’uscita del suo primo libro, La forza del cuore, Monica Guerritore ha affrontato, con delicatezza, il tema dell’omosessualità. Del resto, nel 2007, lei era già stata madrina per il Gay Pride di Roma. Ed è lei stessa a parlarne, a discutere della cosa, partendo da un elemento di base principale:
“In una società dove vige l’individualismo assoluto e allo stesso tempo la mancanza di rispetto per i diritti di ogni singolo, come si può pensare che si abbia rispetto addirittura per due individui?”
E questa frase, così amara, assume impietosamente il gusto della verità…
Foto | I-Italy
Se a marzo, gli elettori crederanno in lei; alle dichiarate volontà laiciste, ai decenni di militanza a favore dell’aborto, del divorzio, contro ogni forma di clericalismo, ad un rispetto e fattibilità dei diritti LGBT, sarà lei, Emma Bonino, radicale, vicepresidente del Senato, nata a Bra (Cuneo) il 9 marzo 1948, a governare una delle regioni più importanti e complicate del nostro Stato, il Lazio. Per meglio conoscerla esce in questi giorni nelle librerie: Alfabeto Bonino, a cura di Cristina Sivieri Tagliabue (Bompiani, Collana Grandi PasSaggi). Di una “fuoriclasse” della politica italiana come Emma Bonino, si sa molto ma forse non abbastanza. C’è lei nel partito che accoglie gli omosessuali del Fuori di Angelo Pezzana; c’è lei con Adele Faccio che aiuta le donne ad abortire all’estero con il Cisa; come è presente nei momenti bui della politica interna ed estera. Un alfabeto librario che narra la cocciutaggine femminile o quella di una vita in keywords di una donna che lotta per i diritti civili da sempre.
Quando a Milano, i due si incontravano, e lo facevano spesso con la freschezza dell’età e la bellezza dei loro corpi, sembrava di sentire una sinfonia roboante, beethoviana: ora calma e suadente, poi impetuosa come un monte che scende franoso a valle. Si chiamavano Umberto Pasti e Mario+Mieli. Probabilmente il loro era un amore amicale, turbolento e inimitabile come solo l’età giovane sa rappresentarlo. Dopo la tragica scomparsa di Mario e l’uscita di Il risveglio dei Faraoni, Pasti si trasferì in Marocco, a Tangeri. Ora per Bompiani è in uscita un bel libro in cui Umberto narra la sua passione per la botanica e, probabilmente, per quei luoghi e persone di cui ci si occupa poco. Giardini e no. Manuale di resistenza botanica (Collana Overlook), ci ricorda che dentro ognuno di noi esiste un giardino, che sia moresco o giapponese poco vale se non si riesce a trarre il profumo dei fiori e delle essenze che scaturiscono dalla ribelle terra. Ci sono mille giardini, leziosi o fantastici, da signore per bene o asfittici e meccanici. E forse il nostro è ancora atro.
Sempre per Bompiani (Collana Classici), Fernanda Pivano, Diari vol. II [1974-2009] a cura di Enrico Rotelli con Mariarosa Bricchi. Questo secondo volume completa la pubblicazione degli scritti autobiografici di Fernanda Pivano, dopo il primo volume che copriva gli anni 1917-1973. I volti letterari sono quelli amati in vita dalla Pivano; da Bret Easton Ellis a Jay McInerney, da David Leavitt a Barry Gifford, da Don de Lillo a Jonathan Safran Foer, Gore Vidal, Chuck Palaniuk, e tanti altri. La narrativa americana, certo, cara all’autrice, ma anche storie di umano affetto per compianti personaggi della nostra cultura come Fabrizio De André o Pier Vittorio Tondelli. Un libro irrinunciabile.

Riuscirà l’icona della scrittura a carattere omosessuale; l’eccentrico e picaresco Aldo Busi, l’ottimo e magnifico scrittore dei nostri tempi a trionfare nel reality più godurioso della stagione televisiva? Riuscirà l’Aldo della parola eccelsa e mai casta, delle provocazioni e dell’egocentrismo a superare se stesso e a farci dimenticare l’ottima vittoria di Luxuria della precedente edizione dell’Isola dei famosi? Una cosa è certa, Simona Ventura, deus ex machina del programma-trionfo della seconda rete Rai, anche quest’anno non ha voluto rinunciare ad una presenza che potesse creare interesse e audience anche da parte del pubblico glbtq. Così dopo Malgioglio, Cecchi Paone e Luxuria, catapulterà all’Isola, uno dei più prolissi scrittori, un letterato conosciuto ad un pubblico diverso da quello che segue costantemente i reality; un provocatore della parola: Aldo Busi, appunto.
Ora a Busi non resta che partire, insieme agli altri concorrenti e affrontare l’Isola della fame, dei disagi, delle contumelie, degli insetti che cercano di saziare la fame attaccando i “naufraghi”. Lo show è assicurato, il cachet firmato e anche la possibilità di non sapercela fare. Poco importa se, come dicono tanti, il reality è manovrato, guidato da chi deve assicurare e saziare l’incipienza degli sguardi voyeuristici di noi tutti. Da quel che trapelata alla vigilia della partenza, Busi sarà l’asso nella manica della “tosta” Simona Ventura e, credo, ne vedremo delle belle.
Intanto l’autore di Seminario sulla gioventù, ha dichiarato di aver fatto togliere una clausola contrattuale che gli vietava di parlare in maniera offensiva di politica e di religione. Da Busi ci potremo aspettare tutto e il contrario di tutto, ma sappiamo poi che la liceità non vorrà dire gratuità che potrebbe scatenare maremoti polemici. Probabilmente ci parlerà anche del suo ultimo libro stampato dalla Bompiani, Aaa!. Intanto si comincia a parlare di lui e di chi con lui, dal 18 febbraio, dovrà affrontare da protagonista la nuova edizione del programma della Ventura.
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Nei dorati avamposti culturali si è tornati a discutere di un grande protagonista della letteratura vissuto nell’epoca vittoriana, Charles John Huffam Dickens (Landport, 7 febbraio 1812 – Gadshill, 9 giugno 1870). Dario di Booksblog, ha scritto un bel post su questa nuova polemica che tocca la figura dell’autore di The Pickwick Papers o dei romanzi sociali come Oliver Twist, David Copperfield, Grandi speranze, Il nostro comune amico e tanto altro di grande ancora. Ma la polemica non riguarda ovviamente l’alta scrittura di Dickens, irraggiungibile e melodiosa, ma certi suoi personaggi che sembrano mossi da impulsi omosessuali tenuti a fatica a bada.
Impulsi gravi e imperdonabili ai tempi in cui la regina Vittoria che regnava una delle più antiche e nobili monarchie europee, quella inglese, cercava di morigerare la pubblica moralità, mentre i suoi cortigiani si davano all’impudicizia e alle peggiori nefandezze nell’ipocrisia generale. Omosessualità come crimine, da carcere duro. A vita! Quando, ad esempio, chiesero alla Regina Vittoria perché nel regno i rapporti fra omosessuali uomini fossero stati dichiarati illegali e quelli fra donne no, la regina rispose: Perché non sapevo che esistessero!
Ora, secondo quanto affermaHolly Furneaux, una studiosa della Leicester University, in molte opere del più importante romanziere di tutti i tempi, Charles Dickens appunto, si nascondono amori omosessuali. Liason segrete, ovviamente, ma che a guardarci meglio tra i suoi protagonisti, la verità emerge dai fondali della narrazione. Il più indicativo - secondo la studiosa che articola la sua teoria in un libro - è Grandi speranze. Insomma, si chiede diligentemente, che cosa è quell’accudire Pip da parte di Herbert, dopo che se le son suonate di santa ragione? Che i due, in verità, se la intendessero?
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